Luca 21: 5-6 “Poi, come alcuni parlavano del tempio e facevano notare che era adorno di belle pietre e di offerte, egli disse: «Di tutte queste cose che ammirate, verranno i giorni in cui non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata»”.
Questi versetti, sono l’innesco di uno dei discorsi più importanti e, a mio parere, affascinanti di Gesù, noto come il “Discorso sul monte ” o “Sermone profetico”.
Comincia con lo stupore di fronte alla grandezza umana, indubbiamente in grado di creare cose meravigliose e incredibilmente tecnologiche, ma sempre partendo da qualcosa che ci è stato messo a disposizione da Dio, intelligenza compresa!
Per cogliere la potenza delle parole di Gesù, dobbiamo prima capire cosa stessero guardando i discepoli. Dalle descrizioni storiche, capiamo che non stavano ammirando un edificio qualunque. Il tempio di Gerusalemme, era una delle meraviglie architettoniche del mondo antico, costruito con pietre colossali, facciate ricoperte d’oro che brillavano al sole, e oggetti di inestimabile valore che adornavano i suoi portici.
Per un ebreo del primo secolo, il tempio era il centro della fede, l’unico luogo sulla terra dove Dio dimorava in modo speciale, era il cuore della nazione, il simbolo dell’identità e dell’orgoglio di Israele.
Nella loro mente, era una struttura costruita per durare per sempre, un segno del patto indistruttibile tra Dio e il suo popolo.
I discepoli, quindi, esprimono un legittimo orgoglio e una profonda ammirazione. Stanno guardando la più grande opera umana dedicata a Dio, un simbolo di permanenza e gloria.
A mettere in dubbio tutta questa convinzione, arriva Gesù con la sua profezia scioccante e catastrofica. La caducità di ogni gloria terrena.
«Di tutte queste cose che ammirate, verranno i giorni in cui non sarà lasciata pietra su pietra che non sia diroccata».
La risposta di Gesù è tanto brusca quanto scioccante. Ignora completamente l’ammirazione dei discepoli e pronuncia una profezia di distruzione totale.
Se prendiamo un libro di storia leggiamo che questa previsione si è avverata in modo spaventosamente letterale. Nell’anno 70 d.C., circa quarant’anni dopo le parole di Gesù, l’esercito romano guidato da Tito conquistò Gerusalemme e rase al suolo il tempio. Si narra che i soldati, per recuperare l’oro fuso che colava dalle decorazioni durante l’incendio, smantellarono l’edificio pietra per pietra, esattamente come Gesù aveva predetto.

Questa profezia mi portò a riflettere su me stesso.
Non posso fare a meno di pensare a ciò che è accaduto nella mia vita. Anche io, come molti, avevo delle “pietre” su cui avevo costruito le mie certezze: il mio corpo, i miei progetti, la mia autonomia, un’idea di futuro che davo quasi per scontata. Erano cose che sembravano solide, naturali, destinate a durare.
Eppure, in un attimo, dopo un terribile incidente, tutto questo è crollato. Come il tempio di Gerusalemme, anche ciò che io consideravo stabile e sicuro non è rimasto “pietra su pietra”.
In quel momento ho capito che la vera prova della fede non arriva quando tutto funziona, ma quando tutto viene meno. Le strutture umane, anche quelle che ci sembrano più affidabili, non reggono davanti agli eventi della vita. Il corpo può tradirci, i progetti possono interrompersi, le sicurezze possono svanire. Ma proprio lì, nel crollo, si rivela dove è davvero poggiata la nostra vita. Se la fede è costruita su ciò che è visibile, essa crolla. Se invece è costruita su Cristo, allora rimane, anche quando tutto il resto viene tolto.
Oggi, guardando il mondo intorno a me, rivedo lo stesso meccanismo su scala globale. L’umanità confida nella tecnologia, nell’economia, nella scienza, nelle strutture sociali e religiose, nella medicina, come se fossero templi eterni. Ma li vediamo sgretolarsi uno dopo l’altro, lasciando dietro di sé paura, confusione e smarrimento.
Eppure Gesù ci aveva avvertiti: non attaccate il cuore a ciò che è destinato a cadere. Non ammirate solo le pietre, cercate il Vero fondamento.
La mia esperienza mi ha insegnato che Dio non abbandona quando i templi crollano. Anzi, è spesso proprio lì che si manifesta con più forza. Quando non ho più potuto contare su ciò che ero o su ciò che avevo, ho scoperto che il Signore non mi ha mai fatto mancare nulla. La mia fede non solo non è venuta meno, ma è cresciuta attraverso la conoscenza della verità, della parola di Dio, perché non era più appoggiata su me stesso, ma su di Lui. Ho compreso che ciò che davvero conta non è preservare le strutture, ma custodire la relazione con Dio.
Per questo oggi le parole di Gesù non mi spaventano, piuttosto mi danno pace. Se il mondo crolla, se le certezze umane vengono meno, se anche ciò che appare sacro si rivela fragile, io so che c’è un fondamento che non può essere scosso. Cristo rimane, sempre, ovunque e comunque.
E chi ha costruito la propria vita su di Lui, anche nel mezzo della prova, può restare in piedi, alzare il capo e continuare a sperare, perché ciò che è eterno non può essere distrutto.
Come dice Gesù stesso, poco più avanti nello stesso capitolo: «Quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi e alzate il capo, perché la vostra redenzione è vicina» (Luca 21:28).

REMO MOLARO