Nel mondo del lavoro, la formazione continua è diventata una realtà strutturale. Medici, giornalisti, commercialisti e molte altre categorie professionali sono tenuti ad aggiornarsi costantemente per acquisire nuove competenze. Non è una scelta: è un obbligo per mantenere l’abilitazione professionale.
Il sistema dei crediti formativi certifica il completamento di attività significative, assicurando che i professionisti rimangano qualificati. Il sapere, si dice, non si accumula una volta per tutte: va coltivato. E la formazione non produce solo crescita professionale, ma anche personale.
Questa idea, così radicata nella cultura contemporanea, risuona con il cammino di fede del cristiano.
C’è una tentazione sottile, ma molto diffusa: quella di intendere la conversione come un punto di arrivo. Un momento dopo il quale si è “a posto”. Ma la Scrittura racconta qualcosa di diverso.
L’apostolo Paolo scrive a Timoteo con la consapevolezza di chi ha camminato a lungo:
“Tu persevera nelle cose che hai imparate e di cui hai acquistato la certezza… fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli Scritti sacri, i quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:14-17).
La conversione non è un evento isolato nella biografia di una persona. È, piuttosto, un continuo riallineamento del cuore e della mente:
“Non conformatevi a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:2).
Pif, , regista e scrittore palermitano, nel suo recente film “… che Dio perdona a tutti” con ironia e leggerezza solo apparenti mette in luce le crepe di una fede che si riduce a gesto o abitudine, che sopravvive quasi per inerzia, senza mai davvero interrogarsi su cosa si crede e perché.
Il protagonista, Arturo, agente immobiliare e goloso di dolci incontra Flora, bella e profondamente credente. Per non perderla, si finge cattolico praticante per tre settimane, in una sfida radicale che metterà a galla tutte le contraddizioni della fede vissuta senza consapevolezza, l’ambiguità tra ciò che professiamo di credere e le azioni che ne derivano.
Eppure, c’è una domanda che vale la pena fare, anche a rischio di risultare scomodi: quanti crediti formativi hai maturato quest’anno nella tua fede?
Se nessun professionista penserebbe di vivere solo con le conoscenze acquisite all’università, perché non dovremmo applicare lo stesso ragionamento per la nostra fede?
Non è una provocazione. È la stessa logica che usiamo senza fatica per la vita professionale, applicata a ciò che diciamo essere la cosa più importante.
Arturo, il protagonista del film di Pif, quella domanda se la pone, anche per ragioni tutt’altro che spirituali. Ma quando decide di vivere il Vangelo scopre che non basta la buona volontà. La fede vissuta davvero mette in discussione tutto: l’immagine di sé stessi, le relazioni e molto altro ancora.
Arturo si rende conto di quanto sia difficile, e a volte persino sconveniente, essere davvero coerenti con i principi di Cristo. Se la fede non diventa un cammino in conoscenza e consapevolezza, rimane solo come lo sfondo rassicurante di una vita tiepida.
Fare sul serio con il Vangelo non lascia niente di intatto: Gesù lo afferma con una semplicità che non ammette interpretazioni morbide:
“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinunci a sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Luca 9:23).
Nessun corso di aggiornamento professionale chiede di perdere o di rinunciare qualcosa. La fede sì. Chiede di rimettere in discussione certezze comode, la versione patinata di noi stessi. Non una volta soltanto, ma ogni giorno.
L’apostolo Paolo lo dice da una cella di prigione nella sua accorata lettera ai Filippesi, in uno dei momenti tra i più dolorosi:
“Anzi, ritengo che tutto sia un danno di fronte alla conoscenza dell’eccellenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto” (Filippesi 3:8).
Paolo scrive nella solitudine da una prigione, ma si rivolge ad una comunità con la quale condivide lo stesso spirito cristiano. Sono fratelli amatissimi dall’apostolo, che avevano accolto con gioia e partecipazione sincera il Vangelo sin da subito.
Il sostegno della Chiesa è per lui motivo di conforto e la croce quotidiana della prigione diventa meno pesante e sopportabile anche grazie ai fratelli nella fede (Filippesi 1: sgg).
La Scrittura ci dice che il cammino della fede richiede impegno, certo, ma che non si è da soli. E soprattutto richiede onestà e umiltà: quella di riconoscere che non si è mai arrivati e che non riceviamo un attestato di fine corso.
«Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui anch’io sono stato afferrato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo di averlo ancora afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la meta...» (Filippesi 3:12-14).
Ed è forse proprio questa consapevolezza a far ricominciare ogni giorno il nostro cammino con Cristo.
Maddalena Giufffrida
